Michel, mio fratello

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� Michel, mio fratello

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katzman

Alla memoria del mio amico Michel Katzman,
morto in ala volante nel 1989.

Michel mi aveva iniziato all'ala libera a Chamonix nel
1974. Dopo aver visto le imprese di un tipo che aveva
decollato agli Champs Elys�es, ero andato a fare il mio
primo volo in monoposto Dannis a Chamonix, dove il figlio
della guida Lachenal iniziava i clienti installandoli
sulla macchina, con decollo e
atterraggio sugli sci. Entusiasta, mi ero
comprato un'ala "Danis", un'ala Rogallo con
traversa fissa, freccia di 90 gradi e un tasso di
caduta di 2,5 m/s. A malapena diversa da un ferro da
stiro. Per tutto l'inverno avevo decollato sulla neve, nelle
stazioni sciistiche. Poi, partita la neve, non avevo
saputo cosa fare. Avevo allora equipaggiato dei vecchi sci con
ruote di passeggini. Poi ero salito a Chamonix e
� l� che avevo conosciuto Katzman,
che si sbellicava dalle risate, scoprendo il mio
dispositivo. E io:

  • Ma, come
    decollate?

  • Correlando! Te
    lo mostrer�.

    Mi
    sono presto familiarizzato con questa pratica e ho fatto il mio
    primo "grande volo" a Cluses, poi ad Annecy. Per
    anni ho vissuto questa "boh�me volante" di Michel
    e Odile.

    Studente in geologia, Michel si guadagnava da
    vivere d'inverno, portando clienti a M�ribel, sui
    primi biposto. Poi, con la sua compagna Odile
    Monrozier, entrambi partivano a vagabondare ovunque, in
    Francia, in Svizzera. Li seguivo con la mia 2CV e la mia
    ala. Un anno, li avevo persino raggiunti in
    California. Purtroppo Michel non credeva
    all'efficacia del paracadute. E morto a
    M�ribel, in seguito alla rottura di una "zampa a fori", per
    la fatica. Un pezzo da tre soldi, che permette di
    unire i cavi laterali ai tubi di bordo
    d'attacco. Pezzo troppo sottile. E il solo caso
    di una tale rottura nella storia dell'ala libera.
    Con uno spessore di mezzo millimetro in pi� non
    sarebbe mai successo. Lui e il suo cliente sono caduti sul
    tetto di un hotel. Un testimone ha sentito Michel gridare al
    suo cliente "chiudi gli occhi, siamo fottuti!". In seguito
    a ci� ho cercato di apportare pi� sicurezza
    in questo modo di volare. Un mio compagno di
    Supa�ro, Laroze, era diventato direttore del dipartimento
    strutture alla scuola, trasferita a Tolosa. Soffriva
    di un incidente di parapendio ed era quindi
    motivato da queste questioni di sicurezza. Abbiamo quindi
    avuto una riunione a Tolosa con un tipo che era
    l'emanazione della federazione di ala libera. Lo scopo
    non era di imbrigliare questo sport ma di aiutare i
    costruttori a fare meno sciocchezze, per semplice
    ignoranza, soprattutto dei fenomeni di fatica dei
    materiali (causa della morte di Miche). .

    La DGAC
    (Delegazione Generale dell'Aviazione Civile) avendo
    rifiutato di prendere in carico questo sport aereo, aveva
    moltiplicato le "deroghe". Allora gli incidenti
    mortali si susseguivano. Alcuni dicevano "quando ci
    saranno stati abbastanza morti, smetteranno di praticare questo
    sport idiota". La polizia dell'aria incompetente, balbettava
    dei verbali d'incidente, che si terminavano
    invariabilmente con la conclusione: "incidente, causa
    indeterminata". Dei comportamenti di cui sono stato
    testimone oculare durante un incidente mortale a Laragne, che
    aveva causato la morte del pilota e della sua passeggera,
    che lasciava una bambina orfana, in attesa di sua madre
    al "Centre Otto Lilienthal (di cui si occupava un certo
    Manucci, centro che � sparito da allora). Un incidente che
    avrebbe potuto essere evitato se il delta motorizzato in questione
    fosse stato meno mal concepito. La vela, stanca, divorata
    dai UV, si era strappata in volo. Bordo di fuga non
    rinforzato, marcato da un semplice orlo. Se ci
    fosse stato un gallone di nylon sotto, la vela, di
    cattiva qualit�, si sarebbe strappata ma la
    macchina sarebbe rimasta pilotabile. Il pilota aveva
    azionato il suo paracadute di soccorso pirotecnico. Ma
    l'ammortizzatore, basato su un elastico (la gomma
    invecchia e si rompe), si era rotto. Il razzo aveva
    proseguito la sua corsa senza estrarre il paracadute dalla sua
    guaina. Passando dopo la polizia dell'aria, che si era
    limitata a scattare foto dei due corpi,
    avevo ritrovato il razzo e ricostruito le
    circostanze del dramma. Su questo, il rappresentante della
    DGAC era arrivato, che la mia presenza aveva
    disturbato.

    A Tolosa, il rappresentante
    della federazione di ala libera aveva capito che
    Laroze e io pensavamo solo a lottare contro questa
    valanga di incidenti mortali. Cos� i costruttori
    si erano dichiarati pronti a mettere i materiali a
    nostra disposizione. Laroze, alla Scuola, avrebbe messo
    tutte le installazioni della scuola (all'avanguardia,
    costose) per testare la resistenza dei montaggi, compresa
    alla fatica, concetto che era molto mal
    compreso dai costruttori (a dire il vero per niente compreso del
    tutto!). A titolo di lavori pratici gli studenti
    avrebbero testato i materiali. Al centro di questo dispositivo,
    bisognava trovare un tesista, imperativamente uscito da
    Supaero o dall'ENICA, e praticante di ala
    libera. Avrebbe fatto la sua tesi su tutti gli aspetti
    dell'ala libera. Due direttori di tesi: Laroze
    per gli aspetti strutturali, che metteva ugualmente a
    disposizione il software "KATIA" e io per
    l'aerodinamica e la meccanica del volo. Alla fine di
    questa tesi, su due anni, il ragazzo avrebbe avuto un posto
    da qualche parte e avrebbe visitato i costruttori, i
    centri, per dare consigli, individuando i
    difetti prima che questi si segnalassero con
    incidenti mortali (ci� che era stato il modo in cui
    l'ala libera aveva "progredito" fino ad allora: sui
    cadaveri). Avevamo persino previsto di concepire delle norme
    di fabbricazione e di test nonch� dei programmi di
    calcolo, giranti sui PC gratuiti che i
    costruttori avrebbero potuto utilizzare. La federazione era
    persino pronta a mettere mano al portafoglio per contribuire
    a questa "borsa di tesi".

    Prima di
    partire per Tolosa avevo avuto un contatto con un tipo
    con cui avevo fatto Supa�ro, Daniel Tennebaum,
    ingegnere militare, avendo "pantofolato" come
    direttore della DGAC. Al mio ritorno da Tolosa
    avevo tentato di contattarlo scrivendogli "ecco, uno
    ha la soluzione per fermare l'ecatombe. Resta da
    trovare il denaro per questa borsa."

    Aveva
    allora ... fatto il morto. Al punto che avevo finito per
    scrivergli "Daniel, quanti giovani dovranno uccidersi
    prima che tu reagisca?". La spiegazione: la mia
    soluzione era troppo semplice, troppo a buon mercato, e soprattutto
    "fuori sistema". Questo consistendo innanzitutto nel
    piazzare gli amichetti con buoni salari, ben
    grassi, un'amministrazione, una gerarchia, di
    preferenza costituita da politecnici, come lui.
    Quanto al resto, ripensavo a ci� che mi aveva detto
    l'investigatore della DGAC a Laragne: "quando questa gente ne
    avr� abbastanza di uccidersi, smetter�". Il mio antico
    compagno di scuola era diventato "un politico", del mondo
    dell'industria e dell'aeronautica.

    Non so
    come sia evoluto questo sport, ora. So
    che gli incidenti mortali sono continuati, nell'ala
    libera, nel parapendio, nelle ali motorizzate.
    E' migliorato oggi? Lo
    auspico ...

Accordo arpeggi

Ritornello: � Michel, mio fratello lam rem Parla, parla, dimmi mi7 lam � Michel, mio fratello lam rem Michel, mio amico si7� mi7
Cammina sotto le nuvole lam Quando il sole � a mezzogiorno rem E cos� viaggia mi7 Con il suo strano ombrello lam Saluta le poiane al passaggio lam E gli uccelli sono suoi amici rem In basso, i grani e i prati mi7 Gli serviranno presto da letto lam E quando improvvisamente il vento lo porta via Vola come un feto Sale cos� in alto nel cielo Che molte volte si � perso Ma come un valoroso capitano Conduce il suo vascello di seta Scala le montagne I laghi, i prati e i boschi
Il sole batte sulla pianura E sono solo sul mio scoglio Con i miei ricordi e il mio dolore Senza di te, voler� via Ti cercher� nelle nuvole Fratello che ho tanto amato Addio, le nostre belle scappatelle Al di l� dei monti e dei prati Vai forse tra le stelle Ora che ci hai lasciati Che il tuo vascello spiega le sue vele Attraverso la Via Lattea La notte scruto il cielo nero Scorrono i giorni, passano gli anni Sperando di scorgerti Come una bella aquila scintillante

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