Paranormale contro reperti

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Paranormale contro reperti

14 ott 2002

prima parte.

Iscientisti devono avventurarsi in questo terreno
estremamente scivoloso? Rispondo affermativamente, altrimenti significherebbe
che esistono tabù nella scienza. Eppure, in linea di principio, non dovrebbero esserci.
Ma nella pratica la scienza funziona come una religione. Molto
numerosi scienziati, ad esempio, non hanno mai voluto occuparsi del tema UFO,
adottando così un atteggiamento non razionale. È per questo motivo
che questo argomento è stato abbandonato ai "bandar-logs". Posso raccontare un aneddoto. Ho un amico ricercatore, eccezionalmente
coraggioso e integro. È uno degli uomini per cui ho maggior rispetto,
in ogni senso. Inoltre è uno scienziato di grande valore, autore di scoperte
fondamentali. Per un quarto di secolo, ogni volta che veniva sollevato il tema
UFO davanti a lui, alzava la mano in segno di rifiuto, dicendomi:

  • Sai quali sono le mie opinioni...

Ogni volta non insistetti. Ma qualche mese fa mi sono improvvisamente azzardato a interrogarlo.

  • Hai letto i miei libri sull'argomento?

  • No...

  • Allora, hai letto libri scritti da altri sull'argomento?

  • Ehm... no!

...

Non volli andare oltre. Era evidente
che gli sembrava inutile cercare di sapere di più su un argomento che gli appariva a priori... vuoto, senza oggetto. Mi aveva risposto con tutta onestà. Eppure mi conosce da venticinque anni, così come la lista dei miei lavori scientifici. Non gli verrebbe mai in mente
di pensare che io sia un ricercatore poco serio e anzi è capitato che mi difendesse con vigore. Ma, cosa sorprendente, non si è mai chiesto: "Come mai Jean-Pierre Petit, che considero uno scienziato molto solido, abbia dedicato così tanto tempo a occuparsi del dossier UFO?"

Cosa ha fatto sì che quest'uomo non si interessasse a questo argomento? Non è, come accade per molti dei nostri colleghi, per paura di conseguenze negative sulla sua carriera. È semplicemente perché si tratta di un argomento di cui ignora tutto. In realtà, il tema UFO è in generale molto poco conosciuto dagli scienziati. Abbiamo un'idea sbagliata sull'apertura mentale degli scienziati in generale. Sono specialisti e molti di loro, anche se eccellono nella loro disciplina, non sono affatto curiosi di ciò che potrebbe andare oltre il loro "orizzonte cognitivo".
Sono altrettanto sensibili della media delle persone all'inganno generale.

Anche il mondo del "paranormale" fa parte dei tabù scientifici. Eppure siamo tutti di fronte a domande di natura trascendente, la più immediata di tutte essendo la morte. Mi è capitato di interrogare fisici teorici
sulla loro immaginazione dell'aldilà. Per loro sembrava essere un mondo semplicemente... inesistente, una domanda priva di senso. Molti vivono con una visione materialistica abbastanza ingenua dell'intero universo. Alcuni arrivano persino a credere che un giorno si troverà quella famosa "Teoria del Tutto" (TOE o Theory of Everything) e che l'intero universo, il suo passato, il suo presente e il suo futuro potranno essere dedotti da una sorta di formalismo matematico, forse da un'equazione "definitiva". È, ad esempio, la posizione di un uomo come

Hawking

che aveva scritto in "Breve storia del tempo":

  • L'universo si contiene da sé e se non ha né inizio né fine,
    allora a cosa serve Dio?

Quando si leggono tali affermazioni si è tentati di esclamare:

  • Al tempo in cui la metafisica è in crisi, è rassicurante constatare che la filosofia da bar sta benissimo.

Il premio Nobel di neuroscienze Edelman ha espresso invece la convinzione "che un giorno l'uomo saprà costruire robot pensanti e consapevoli". In persone di questo tipo si ha l'impressione di non trovare alcun distacco dal punto di vista filosofico. Lo scienziato in realtà è prima di tutto un uomo che si crede investito del diritto di pronunciarsi su qualsiasi cosa. La maggior parte è totalmente inconsapevole del fatto che ogni sistema di pensiero non è altro che un sistema organizzato di credenze diverse. Alcuni fisici credono fermamente che l'universo abbia quattro dimensioni, tre spaziali e una temporale. Riprendo qui una frase di un astrofisico chiamato Fritz Zwicky con cui ebbi la fortuna straordinaria di fare un viaggio in barca e che un giorno disse:

  • Se solo i teorici sapessero cosa c'è dietro una misura sperimentale e se gli osservatori sapessero cosa c'è dietro un calcolo teorico, si prenderebbero a vicenda molto meno sul serio.

Un sistema organizzato di credenze funziona con una macchina ipotetico-deduttiva:

  • Se... questo e se... questo, allora... questo.

Si ottiene così una macchina linguistica che chiamiamo un

paradigma,

che funziona come una sorta di "gabbia per scoiattoli" all'interno della quale l'uomo-che-pensa pedala senza rendersene conto. I progressi della conoscenza passano attraverso dei

salti paradigmatici

e sono essenzialmente discontinui. Si può persino usare il termine

catastrofe,

nel senso matematico del termine. Etimologicamente deriva dal greco

kata:

accanto e

strophedein,

il solco. Se il discorso potesse essere paragonato alla musica prodotta da un giradischi, capita che il sapphira salti un solco e che una nuova frase melodica prenda improvvisamente il posto, del tutto diversa dalla precedente. Un rapido esempio: per
non so quante decine di anni si insegnò nelle scuole che l'orogenesi, il fatto che si formassero montagne, fosse dovuta a ciò che si chiamavano "geosinclinali". Così si poteva trovare conchiglie su alti rilievi. Era una teoria molto difficile da comprendere, che dovevamo praticamente imparare a memoria. Sarei felice che qualcuno produca un testo degli anni cinquanta che evochi questa favolosa fiaba intellettuale che allora aveva forza di legge. Conoscete la fine della storia. Non appena si mise in orbita il primo satellite artificiale, servendosene per raccogliere echi e effettuando una misura per effetto Doppler, si evidenziò immediatamente... la deriva dei continenti, cara al meteorologo Wegener, considerata fino a quel momento l'ultima delle assurdità. I geofisici si affrettarono allora a ricostruire la loro visione del pianeta. Ma invece di rendere un omaggio duraturo a quel visionario scomparso (che non si era limitato a notare una somiglianza nei contorni della costa dell'Africa occidentale e dell'America del Sud, ma aveva anche stabilito discontinuità sia nella natura dei terreni che perfino nelle specie animali), preferirono dare alla nuova disciplina il nome di

tectonica delle placche.

Gli oltre sessantenni hanno quindi vissuto un salto paradigmatico abbastanza importante, poiché durante la loro vita i continenti su cui vivevano si sono improvvisamente messi in movimento. È abbastanza paragonabile all'abbandono del geocentrismo, quando la Terra si è improvvisamente messa a muoversi nello spazio.

Ciò che è straordinario è la maniera in cui gli uomini, a cominciare dagli stessi scienziati, dimenticano questi salti. Dopo poco tempo vivono come se le loro conoscenze "fossero sempre esistite". Non hanno alcuna coscienza del continuo mutamento della loro percezione del mondo. Tra due salti si instaura un conformismo dell'epoca fondato su...