Il grande predatore bianco
Il Grande Predatore Bianco
29 agosto 2005
Do un’occhiata al contatore posizionato in basso nella pagina iniziale. 2400 connessioni al giorno da giugno. Forse significa che mille persone si collegano ogni giorno, mille lettori fedeli. Forse.
Un giorno una persona mi ha detto: «Non c’è da stupirsi, il tuo sito darebbe il morale a terra a chiunque!». Allora ho preso questo sito e l’ho ripulito da tutto ciò che era drammatico, angosciante. Ho messo questo nella mia homepage con un piccolo cuore rosso, per coloro che, nel giorno in cui si collegano, non hanno voglia di vedere tutta l’orrore del mondo riversarsi sulle loro ginocchia. Ed è vero che, spesso, bisogna tenersi forte. Bisogna cercare di essere positivi, cercare i progressi che possano giovare agli uomini, salvarli. A Kirkland sono stati messi a punto sistemi autonomi che permettono di trasformare l’energia solare in elettricità, in modo intelligente. Altrove sono dei belgi che hanno pensato di orientarsi verso la formula degli specchi di Fresnel. Vedi dossier. L’idea è dotare i paesi poveri di sistemi di questo genere. Quelli che vivono schiacciati dal sole, senza acqua dolce nelle loro fasce costiere. L’energia permetterebbe di desalinizzare l’acqua di mare. Ma non credo che questo progetto faccia molti progressi. Dove sarebbe la «redditività»?
Eppure bisognerebbe svilupparlo, con urgenza.
Perché gli americani, nella loro base segreta di Kirkland, più abituata a sfornare congegni come questo, progettano cose di questo genere? Per i bisogni dell’umanità? Ne dubito. Senza dubbio per i loro propri. Più tardi, quando la scarsità si sarà installata, venderanno questa tecnologia pulita a peso d’oro. Hanno previsto di installare 24.000 di queste unità in un deserto del Nuovo Messico. Sono peraltro piuttosto ben orientati verso le energie rinnovabili. Più di noi, francesi, che non facciamo nulla, praticamente. Queste attività, come il risparmio di benzina e gasolio, il solare, sono lasciate agli «sbandati», agli «ecologisti sessantottini». I nostri politici hanno preoccupazioni più serie:

C’è Mégajoule, Iter, la prosecuzione degli esperimenti nucleari sotterranei nel territorio francese, in segreto, l’avvio della costruzione di una nuova portaerei nucleare. All’ultimo salone, Alliot-Marie e Chirac posavano accanto al modellino del futuro UCAV francese, un aereo da combattimento senza pilota. Chi crederebbe che dal 1996, data della chiusura di Mururoa, i francesi non hanno effettuato alcun test nucleare da qualche parte? Ma dormite pure sonni tranquilli. Nessun giornalista scientifico francese si azzarderebbe a sollevare queste questioni. Mégajoule è «un sole in provetta», ITER è «l’energia di domani». Certo, certo....
Non lamentarsi a oltranza. Non piangersi addosso. Cercare di trovare soluzioni. Cosa credete che siamo andati a fare a Dubai, Christophe e io? Turismo? In 14 giorni, non ci siamo presi un giorno di riposo, lavorando anche «il venerdì», giorno di riposo nei paesi musulmani. Mi sono fatto venire un mal di schiena, ancora una volta. Quel incidente sul lavoro del 1976, che mi torna alla mente.
Perché? Per fare progetti utopistici, cercare di trovare un eventuale finanziamento. Christophe sogna di interessare gli emiri al solare. Invece di dedicare tutti i loro petrodollari a costruire un Disneyland per miliardari. Con il fondo di ciò che resta in una delle loro tasche avremmo dieci volte tanto per lavorare. In Europa si persegue una problematica di «crescita». Là, la crescita degli emirati è stata quest’anno del 52%. Semplice aumento del prezzo dell’oro nero. Uno dei figli del capo dello stato si è comprato un puledro da corsa per 500 milioni di euro. La parola «redditività», non sanno nemmeno cosa significhi.
Questa mattina mi imbatto in un nuovo dossier, inviato dal mio amico Christophe Giudicci. Bisogna pubblicarlo, da qualche parte. Ma, vi avverto. Se questa mattina non siete di buon umore, passate oltre. È cupo, nauseante. Sono i bassifondi del pianeta.
Leggete o cliccate sul cuore, per fuggire il più rapidamente possibile.
../EVASION/evasion0.htm
Fonte italiana:
http//www.ilmanifesto.it/Quotidaino-archivio/23-Agosto-2005/art114.html
Tradotto dall’italiano da Marie-Ange Patrizio
martedì 23 agosto 2005.
Pucallpa (Perù)
Sulla strada bianca, dei neri avvoltoi setacciano un mucchio di immondizie, in questa città a monte del fiume Ucayali (vedi la mappa allegata). Una banda di ragazzini grida: «Ehi, gringo!», e mi giro per vedere chi c’è dietro di me: non ho proprio il fisico del cowboy. Ma no, si rivolgono davvero a me. È disorientante per noi europei essere chiamati con questo appellativo che, nei film di Sergio Leone, è sempre appiccicato agli yankee nordamericani. Così ogni straniera bianca viene chiamata gringa. Non è solo un modo di designare: il campo semantico di questo termine è infinitamente più vasto, e più inquietante. Me ne accorgo, su una barca che scende il fiume Ucayali, quando offro un bicchiere di acqua potabile al proprietario di una segheria che mi parla dei suoi progetti di disboscamento. Mi ringrazia, e aggiunge: «Un ragazzino di qui non l’avrebbe mai accettato: le madri dicono loro che gli alimenti e le bevande offerte dai gringos sono avvelenate».
La torcia che stordisce gli indigeni
Il fatto è che in tutto il bacino amazzonico, passando da un affluente all’altro, circolano le storie più terrificanti su di noi, i gringos. In un villaggio dove non c’è luce elettrica, cammino una sera per la strada, illuminando il mio cammino con una di queste torce dell’ultimo modello, che si portano sulla fronte, come i minatori, per avere le mani libere. La guida mi prega di toglierla: «Qui molta gente crede che i gringos appaiano di notte uscendo dalla foresta, per rapire gli indigeni che stordiscono con una luce molto potente che hanno sulla testa, come un laser» (indios è un termine considerato dispregiativo, si usa piuttosto «nativo» o «indigeno»). È la storia dei pelacara che risuona fino a Iquitos e a Manaus, come una leggenda metropolitana che rimbalzerebbe, da Londra a Roma, e al Cairo (El Pelacara è anche il titolo di un racconto dello scrittore colombiano Nelson Estupinan Bass). Ecco come l’ho sentita per la prima volta, in un accampamento nella giungla: «Questi gringos rapiscono gli indigeni di notte, i cui corpi vengono ritrovati con il viso senza pelle» (da cui il nome: in spagnolo cara significa «viso»). A volte, tolgono loro anche gli occhi, «ultimamente, anche le falangi delle dita». «Vendono i volti dei nativi a aziende farmaceutiche o a ricchi collezionisti di teste? Usano le falangi per creare false identità per le impronte digitali? Perché lo facciano, nessuno sa dirlo. Ma tutti hanno paura dei pelacaras».
Infatti, una storia del genere non verrebbe in mente a nessun europeo. A prima vista, è come se gli indigeni attribuissero ai bianchi le loro stesse ossessioni ancestrali: in fondo, erano proprio alcuni popoli amazzonici, e non europei, a fare guerra per poter tagliare le teste dei loro nemici, lavorarle, decorarle, ornarle e appenderle davanti alla loro porta. Ma, poi, si ripensa allo «scandalo del Putumayo» (una regione colombiana che prende il nome da un affluente del Rio delle Amazzoni), all’epoca della gomma che, dal 1880 al 1920, sconvolse per sempre la fisionomia di tutta l’Amazzonia, e che è soprattutto nota grazie al film Fitzcarraldo di Werner Herzog. Sul Putumayo, all’inizio del XX secolo, regnava un emulo più crudele e più cinico ancora di Fitzcarraldo, Julio C. Arana, che, con la forza o con la persuasione, aveva ripulito tutto il territorio dai suoi concorrenti colombiani e boliviani, e reclutato un vero e proprio esercito di mercenari internazionali che difendevano il suo regno armi in pugno: circa 50.000 indiani della regione vi erano ridotti in schiavitù e sottoposti a trattamenti la cui disumanità sfida oggi ogni immaginazione. «A leggere i pesanti fascicoli dell’istruttoria, ci si esaustisce per l’uniformità dell’orrore, per non più rabbrividire di nausea che davanti ai fatti più feroci: donne usate come bersagli per gli esercizi di tiro degli uomini di Arana, bambini fatti a pezzi per servire da cibo ai cani dei sorveglianti, uomini castrati, di cui si cuocevano gli organi, alla fine del supplizio, prima di obbligare le loro mogli a mangiarli, o quella donna bruciata viva, come tante altre per il massimo divertimento dei loro carnefici, ma in questo caso, avvolta nella bandiera peruviana, prima impregnata di cherosene», scrive il grande antropologo André-Marcel d’Aran ne L’Amazzonia peruviana indigena (Plon, Parigi, 1982). E aggiunge che Arana non fu mai punito, divenne persino senatore del Perù e, negli anni sessanta, uno dei suoi nipoti fu senatore di Iquitos.
Il testo di d’Aran fa pensare, a sua volta, a Pedro Leon (1519-1554) che, nella Cronica del Perù, parla di un «portoghese di nome Roque Martin che appende nella sua veranda pezzi di indiani per nutrire i suoi cani, come se fossero bestie selvagge»: i protagonisti cambiano, i secoli passano, ma le forme spaventose della ferocia restano monotonomente le stesse. Con tali precedenti sullo sfondo, si comprende meglio l’ansia con cui anche il più scettico racconterebbe queste leggende dell’orrore: «Io non ci credo, ma non si sa mai, le stesse storie tornano da troppe fonti. Per esempio, una volta, un mio amico pescava di notte con un arpione, quando vede uscire dal fiume un uomo alto, vestito interamente di nero, con pinne, una maschera e un’arma. Allora il mio amico ha lanciato il suo arpione, l’uomo è caduto in acqua. Il mio amico dice di averlo ucciso, ma che nessuno è mai venuto a reclamarlo».
La storia più spaventosa è raccontata così: «Lavoravo in un giacimento petrolifero nella giungla. Avevo un compagno di stanza che beveva sempre. Una notte, si ubriacò e mi raccontò tutta la storia. I gringos dell’Istituto Linguistico di Verano (vedi il prossimo episodio) gli offrono un lavoro, promettendogli che non avrà più problemi, ma che non dovrà parlarne con nessuno, nemmeno con sua moglie. Lo portano in aereo nel mezzo della giungla e lì, scopre che il suo lavoro è uccidere gli indigeni. Li addormentano, o li uccidono, con una lanterna che emette un raggio molto forte. Li portano in una casa dove tolgono loro organi che vendono per trapianti e poi li appendono a testa in giù aprendoli in due, sopra una fonte di calore molto forte, in modo da raccogliere il grasso, perché pare che l’olio degli indigeni sia ineguagliabile per gli aerei e le astronavi dei gringos. Ne hanno uccisi a migliaia. È per questo che la gente di molti villaggi ha paura quando arrivano gringos come voi».
Chiedo: «Com’è possibile che questo collega abbia iniziato a raccontare tutto questo? Non aveva paura?». La risposta: «Aveva rimorsi, si era pentito e inoltre non era stato pagato per il suo lavoro» ricorda l’inizio di un altro libro, Thy Will Be Done. The Conquest of the Amazon: Nelson Rockefeller and Evangelism in the Age of Oil, di Gérard Colby e Charlotte Dennett (HarperCollins, 1995). Il volume si apre su questa scena: nell’oscurità del confessionale, un uomo, Araide Pereira, racconta i suoi misfatti a un prete. «Ha partecipato a un’eliminazione di massa e non può più continuare a vivere con i suoi rimorsi. Inoltre, non gli hanno pagato i quindici dollari che gli avevano promesso». Era il 1963, non più all’epoca della gomma, ma a quella dei nuovi materiali tecnologici, in questo caso la cassiterite, necessaria per produrre stagno. Il popolo dei Cintas Largas ebbe la sfortuna di abitare proprio in quella zona, accanto al fiume Aripuana, dove la ditta Arruda and Junqueira Company aveva scoperto un filone di questo minerale raro. Si decise così di far decollare, il giorno in cui i Cintas Largas si riunivano nella piazza del loro villaggio per fare festa, da una delle piste aperte nella giungla, un Cessna dotato di due armi: zucchero al primo passaggio per attirare gli indiani e placare le loro paure, e dinamite da lanciare al secondo passaggio, quando sarebbero stati tutti ben scoperti. Dopodiché, per eliminare tutti i sopravvissuti, fu inviata una squadra di sette uomini, tra cui Araide Pereira: prima di scoprire dove si erano rifugiati tutti i Cintas Largas in fuga, il commando vagò nella giungla per più di sei settimane. Allora, attaccarono all’alba e uccisero tutti gli indigeni tranne un ragazzino e una ragazzina. Il capo del commando sparò una pallottola nella testa del ragazzo, appese la ragazzina a un albero con le gambe divaricate, a testa in giù, e la squartò con un solo colpo di machete. Anche qui, i responsabili non furono mai puniti. Il prete che aveva ricevuto la confessione fu ucciso in un incidente d’auto. Il pilota dell’aereo che aveva lanciato la dinamite perì in un incidente aereo. Due imputati annegarono in «spedizioni di pesca», il capo dei commando fu ucciso da raccoglitori di gomma durante una rivolta. Quattro altri imputati scomparvero.
Il massacro dei Cintas Largas
Rimorsi e mancato pagamento non sono quindi l’unico elemento che collega oggi la «leggenda» che mi viene raccontata al massacro dei Cintas Largas nel 1963 (rimorsi e mancato pagamento avevano già contribuito a rivelare anche lo scandalo del Putumayo nel 1907): c’è un altro dettaglio comune all’orrore, quello della vittima appesa a testa in giù e squartata.
I maya avevano capito tutto quattro secoli fa: il loro libro Chilam Balam descrive i bianchi come «predatori di giorno, criminali di notte, assassini del mondo». Se esiste mai un «fardello dell’uomo bianco», non si tratta certamente della missione «civilizzatrice», come pensava Rudyard Kipling, ma è davvero il peso di questo passato di genocidi e atrocità che ti mette in imbarazzo di fronte all’straordinaria gentilezza che gli indigeni amazzonici mostrano nei tuoi confronti. Nonostante tutto.
Al punto che arrivi persino a trovare delicata, poetica e immeritata, questa credenza che ti raccontano quando, in barca sull’immenso fiume, vedi saltare sopra l’acqua i grandi delfini rosa, «che si chiamano bufeos perché, quando escono in superficie, per respirare, fanno un rumore come booou». Secondo i shipibo, un popolo che abita lungo l’Ucayali, a valle di Pucallpa, il bufeo è un essere soprannaturale, un demone, che appare come un gringo attraente che seduce e mette incinte le donne indigene che lo guardano, e che partoriranno bambini dalla pelle chiara (questa credenza la troverò poi confermata in un recentissimo libro dell’antropologo francese Jacques Tournon). «Ecco perché, se vede un bufeo, una donna deve fuggire dalla riva del fiume». (Segue)
Marco D’Eramo
martedì 23 agosto 2005.
Pucallpa (Perù)
Sulla strada bianca, dei neri avvoltoi setacciano un mucchio di immondizie, in questa città a monte del fiume Ucayali (vedi la mappa allegata). Una banda di ragazzini grida: «Ehi, gringo!», e mi giro per vedere chi c’è dietro di me: non ho proprio il fisico del cowboy. Ma no, si rivolgono davvero a me. È disorientante per noi europei essere chiamati con questo appellativo che, nei film di Sergio Leone, è sempre appiccicato agli yankee nordamericani. Così ogni straniera bianca viene chiamata gringa. Non è solo un modo di designare: il campo semantico di questo termine è infinitamente più vasto, e più inquietante. Me ne accorgo, su una barca che scende il fiume Ucayali, quando offro un bicchiere di acqua potabile al proprietario di una segheria che mi parla dei suoi progetti di disboscamento. Mi ringrazia, e aggiunge: «Un ragazzino di qui non l’avrebbe mai accettato: le madri dicono loro che gli alimenti e le bevande offerte dai gringos sono avvelenate».
La torcia che stordisce gli indigeni
Il fatto è che in tutto il bacino amazzonico, passando da un affluente all’altro, circolano le storie più terrificanti su di noi, i gringos. In un villaggio dove non c’è luce elettrica, cammino una sera per la strada, illuminando il mio cammino con una di queste torce dell’ultimo modello, che si portano sulla fronte, come i minatori, per avere le mani libere. La guida mi prega di toglierla: «Qui molta gente crede che i gringos appaiano di notte uscendo dalla foresta, per rapire gli indigeni che stordiscono con una luce molto potente che hanno sulla testa, come un laser» (indios è un termine considerato dispregiativo, si usa piuttosto «nativo» o «indigeno»). È la storia dei pelacara che risuona fino a Iquitos e a Manaus, come una leggenda metropolitana che rimbalzerebbe, da Londra a Roma, e al Cairo (El Pelacara è anche il titolo di un racconto dello scrittore colombiano Nelson Estupinan Bass). Ecco come l’ho sentita per la prima volta, in un accampamento nella giungla: «Questi gringos rapiscono gli indigeni di notte, i cui corpi vengono ritrovati con il viso senza pelle» (da cui il nome: in spagnolo cara significa «viso»). A volte, tolgono loro anche gli occhi, «ultimamente, anche le falangi delle dita». «Vendono i volti dei nativi a aziende farmaceutiche o a ricchi collezionisti di teste? Usano le falangi per creare false identità per le impronte digitali? Perché lo facciano, nessuno sa dirlo. Ma tutti hanno paura dei pelacaras».
Infatti, una storia del genere non verrebbe in mente a nessun europeo. A prima vista, è come se gli indigeni attribuissero ai bianchi le loro stesse ossessioni ancestrali: in fondo, erano proprio alcuni popoli amazzonici, e non europei, a fare guerra per poter tagliare le teste dei loro nemici, lavorarle, decorarle, ornarle e appenderle davanti alla loro porta. Ma, poi, si ripensa allo «scandalo del Putumayo» (una regione colombiana che prende il nome da un affluente del Rio delle Amazzoni), all’epoca della gomma che, dal 1880 al 1920, sconvolse per sempre la fisionomia di tutta l’Amazzonia, e che è soprattutto nota grazie al film Fitzcarraldo di Werner Herzog. Sul Putumayo, all’inizio del XX secolo, regnava un emulo più crudele e più cinico ancora di Fitzcarraldo, Julio C. Arana, che, con la forza o con la persuasione, aveva ripulito tutto il territorio dai suoi concorrenti colombiani e boliviani, e reclutato un vero e proprio esercito di mercenari internazionali che difendevano il suo regno armi in pugno: circa 50.000 indiani della regione vi erano ridotti in schiavitù e sottoposti a trattamenti la cui disumanità sfida oggi ogni immaginazione. «A leggere i pesanti fascicoli dell’istruttoria, ci si esaustisce per l’uniformità dell’orrore, per non più rabbrividire di nausea che davanti ai fatti più feroci: donne usate come bersagli per gli esercizi di tiro degli uomini di Arana, bambini fatti a pezzi per servire da cibo ai cani dei sorveglianti, uomini castrati, di cui si cuocevano gli organi, alla fine del supplizio, prima di obbligare le loro mogli a mangiarli, o quella donna bruciata viva, come tante altre per il massimo divertimento dei loro carnefici, ma in questo caso, avvolta nella bandiera peruviana, prima impregnata di cherosene», scrive il grande antropologo André-Marcel d’Aran ne L’Amazzonia peruviana indigena (Plon, Parigi, 1982). E aggiunge che Arana non fu mai punito, divenne persino senatore del Perù e, negli anni sessanta, uno dei suoi nipoti fu senatore di Iquitos.
Il testo di d’Aran fa pensare, a sua volta, a Pedro Leon (1519-1554) che, nella Cronica del Perù, parla di un «portoghese di nome Roque Martin che appende nella sua veranda pezzi di indiani per nutrire i suoi cani, come se fossero bestie selvagge»: i protagonisti cambiano, i secoli passano, ma le forme spaventose della ferocia restano monotonomente le stesse. Con tali precedenti sullo sfondo, si comprende meglio l’ansia con cui anche il più scettico racconterebbe queste leggende dell’orrore: «Io non ci credo, ma non si sa mai, le stesse storie tornano da troppe fonti. Per esempio, una volta, un mio amico pescava di notte con un arpione, quando vede uscire dal fiume un uomo alto, vestito interamente di nero, con pinne, una maschera e un’arma. Allora il mio amico ha lanciato il suo arpione, l’uomo è caduto in acqua. Il mio amico dice di averlo ucciso, ma che nessuno è mai venuto a reclamarlo».
La storia più spaventosa è raccontata così: «Lavoravo in un giacimento petrolifero nella giungla. Avevo un compagno di stanza che beveva sempre. Una notte, si ubriacò e mi raccontò tutta la storia. I gringos dell’Istituto Linguistico di Verano (vedi il prossimo episodio) gli offrono un lavoro, promettendogli che non avrà più problemi, ma che non dovrà parlarne con nessuno, nemmeno con sua moglie. Lo portano in aereo nel mezzo della giungla e lì, scopre che il suo lavoro è uccidere gli indigeni. Li addormentano, o li uccidono, con una lanterna che emette un raggio molto forte. Li portano in una casa dove tolgono loro organi che vendono per trapianti e poi li appendono a testa in giù aprendoli in due, sopra una fonte di calore molto forte, in modo da raccogliere il grasso, perché pare che l’olio degli indigeni sia ineguagliabile per gli aerei e le astronavi dei gringos. Ne hanno uccisi a migliaia. È per questo che la gente di molti villaggi ha paura quando arrivano gringos come voi».
Chiedo: «Com’è possibile che questo collega abbia iniziato a raccontare tutto questo? Non aveva paura?». La risposta: «Aveva rimorsi, si era pentito e inoltre non era stato pagato per il suo lavoro» ricorda l’inizio di un altro libro, Thy Will Be Done. The Conquest of the Amazon: Nelson Rockefeller and Evangelism in the Age of Oil, di Gérard Colby e Charlotte Dennett (HarperCollins, 1995). Il volume si apre su questa scena: nell’oscurità del confessionale, un uomo, Araide Pereira, racconta i suoi misfatti a un prete. «Ha partecipato a un’eliminazione di massa e non può più continuare a vivere con i suoi rimorsi. Inoltre, non gli hanno pagato i quindici dollari che gli avevano promesso». Era il 1963, non più all’epoca della gomma, ma a quella dei nuovi materiali tecnologici, in questo caso la cassiterite, necessaria per produrre stagno. Il popolo dei Cintas Largas ebbe la sfortuna di abitare proprio in quella zona, accanto al fiume Aripuana, dove la ditta Arruda and Junqueira Company aveva scoperto un filone di questo minerale raro. Si decise così di far decollare, il giorno in cui i Cintas Largas si riunivano nella piazza del loro villaggio per fare festa, da una delle piste aperte nella giungla, un Cessna dotato di due armi: zucchero al primo passaggio per attirare gli indiani e placare le loro paure, e dinamite da lanciare al secondo passaggio, quando sarebbero stati tutti ben scoperti. Dopodiché, per eliminare tutti i sopravvissuti, fu inviata una squadra di sette uomini, tra cui Araide Pereira: prima di scoprire dove si erano rifugiati tutti i Cintas Largas in fuga, il commando vagò nella giungla per più di sei settimane. Allora, attaccarono all’alba e uccisero tutti gli indigeni tranne un ragazzino e una ragazzina. Il capo del commando sparò una pallottola nella testa del ragazzo, appese la ragazzina a un albero con le gambe divaricate, a testa in giù, e la squartò con un solo colpo di machete. Anche qui, i responsabili non furono mai puniti. Il prete che aveva ricevuto la confessione fu ucciso in un incidente d’auto. Il pilota dell’aereo che aveva lanciato la dinamite perì in un incidente aereo. Due imputati annegarono in «spedizioni di pesca», il capo dei commando fu ucciso da raccoglitori di gomma durante una rivolta. Quattro altri imputati scomparvero.
Il massacro dei Cintas Largas
Rimorsi e mancato pagamento non sono quindi l’unico elemento che collega oggi la «leggenda» che mi viene raccontata al massacro dei Cintas Largas nel 1963 (rimorsi e mancato pagamento avevano già contribuito a rivelare anche lo scandalo del Putumayo nel 1907): c’è un altro dettaglio comune all’orrore, quello della vittima appesa a testa in giù e squartata.
I maya avevano capito tutto quattro secoli fa: il loro libro Chilam Balam descrive i bianchi come «predatori di giorno, criminali di notte, assassini del mondo». Se esiste mai un «fardello dell’uomo bianco», non si tratta certamente della missione «civilizzatrice», come pensava Rudyard Kipling, ma è davvero il peso di questo passato di genocidi e atrocità che ti mette in imbarazzo di fronte all’straordinaria gentilezza che gli indigeni amazzonici mostrano nei tuoi confronti. Nonostante tutto.
Al punto che arrivi persino a trovare delicata, poetica e immeritata, questa credenza che ti raccontano quando, in barca sull’immenso fiume, vedi saltare sopra l’acqua i grandi delfini rosa, «che si chiamano bufeos perché, quando escono in superficie, per respirare, fanno un rumore come booou». Secondo i shipibo, un popolo che abita lungo l’Ucayali, a valle di Pucallpa, il bufeo è un essere soprannaturale, un demone, che appare come un gringo attraente che seduce e mette incinte le donne indigene che lo guardano, e che partoriranno bambini dalla pelle chiara (questa credenza la troverò poi confermata in un recentissimo libro dell’antropologo francese Jacques Tournon). «Ecco perché, se vede un bufeo, una donna deve fuggire dalla riva del fiume». (Segue)
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